A 490 anni dall’esecuzione, a Hever Castle i manoscritti della regina svelano una donna di straordinaria cultura e devozione
Esistono date che pesano. Il 19 maggio è una di quelle. Esattamente 490 anni fa, sul patibolo della Torre di Londra, cadeva la testa di Anna Bolena — seconda moglie di Enrico VIII, madre di Elisabetta I, donna che aveva rivoluzionato la storia d’Inghilterra con la sola forza del proprio intelletto e della propria volontà. Oggi, per ricordare quella data, ho scelto di trascorrere la giornata a Hever Castle, nel Kent: la dimora della sua infanzia, e oggi sede della mostra Capturing a Queen.
Fare storia significa spesso confrontarsi con il silenzio delle fonti. Le donne del passato parlano di rado con la propria voce — la loro vita ci arriva mediata da cronisti, ambasciatori, avversari. Anna Bolena è un’eccezione preziosa: in alcuni libri sopravvissuti alla damnatio memoriae che seguì la sua morte, ci ha lasciato la propria scrittura, i propri versi, i propri disegni.
Dieci libri, una donna
Dei libri della raccolta di Anna giunti fino a noi, dieci recano tracce dirette della sua mano o della sua proprietà. Sette di questi hanno forti legami con la Francia — un dato tutt’altro che casuale, considerando gli anni formativi trascorsi alla corte di Margherita d’Austria e poi di Luigi XII. Nove libri su dieci hanno contenuto religioso: tre sono cattolici, sei riflettono una spiritualità riformista. Un profilo che racconta meglio di qualsiasi ritratto la complessità intellettuale di questa donna.
Tra i libri religiosi cattolici spiccano tre Libri d’Ore (Books of Hours): ponderosi breviari miniati che raccoglievano salmi e preghiere scandite secondo le ore canoniche. Strumenti di devozione quotidiana, certo, ma anche — nelle mani di Anna — qualcosa di più: pagine su cui scrivere di sé, di ciò che sentiva, di ciò che temeva o sperava.

Il Libro d’Ore della British Library
Il più celebre di questi volumi è conservato alla British Library (MS King’s 9). Nelle sue pagine si incontrano alcune delle testimonianze più intime del corteggiamento tra Anna ed Enrico. Il re aveva scritto, sotto l’immagine di Cristo ferito, una nota in francese che tradotta suona: «Se ti ricordi di me nelle tue preghiere con la stessa forza con cui io ti adoro, difficilmente sarò dimenticato, poiché sono tuo. Enrico R, per sempre». Anna rispose con un distico rimato — «By daily proof you shall me find / To be to you both loving and kind» — e scelse deliberatamente di scrivere sotto l’immagine dell’Annunciazione, ribadendo così la sua promessa di dargli il tanto atteso erede maschio.
Non era solo una regina ambiziosa: era una donna di straordinaria cultura, arguzia e fede complessa — e lo dicono i libri che ha tenuto tra le mani.
«Le temps viendra»: la frase che non è una profezia

È però il Book of Hours conservato a Hever Castle a custodire la sua iscrizione più famosa — e più fraintesa. Il manoscritto, splendidamente miniato a Bruges intorno al 1450 e oggi esposto nella mostra Capturing a Queen, reca sotto un’immagine del Giudizio Universale la scrittura di Anna: «Le temps viendra» — «il tempo verrà» — seguita dalla sua firma e dal piccolo disegno di un astrolabio.
Per secoli questa frase è stata letta come una profezia luttuosa, quasi che Anna avesse presagito la propria caduta. La storia romantica ci piace così: drammatica, circolare, inevitabile. Ma la storiografia più recente invita a una lettura diversa. La ricercatrice Kate McCaffrey, nel suo studio approfondito sui libri d’ore di Anna («Remember Me When You Do Pray», Università di Kent, 2020), ha proposto una datazione alternativa: anziché gli ultimi mesi di vita della regina, l’iscrizione potrebbe risalire all’estate del 1528, quando Anna contrasse il terribile Sudore Anglicano e si ritirò a guarire proprio qui, tra le mura di Hever.

In quella prospettiva, «Le temps viendra» diventa una meditazione sulla mortalità — quella di chi ha guardato in faccia la propria fine ed è sopravvissuto, almeno per ora. Una riflessione sul tempo e sul giudizio eterno, in dialogo con l’immagine che aveva scelto per accompagnarla. Molto meno profetica, forse. Ma molto più umana.
Il secondo Libro d’Ore: quando chiede di essere ricordata
Hever conserva anche un secondo volume di Anna: un libro d’ore a stampa creato a Parigi intorno al 1527–28. Qui Anna ha vergato un altro distico — «remember me when you do pray that hope doth led from day to day», ricordami quando preghi, che la speranza guidi ogni giorno — di nuovo seguito dalla firma. Tradizionalmente attribuita agli ultimi giorni prima dell’esecuzione, anche questa nota è stata riconsiderata dalla McCaffrey: il fatto che Anna firmi come «Rochford» e non come «Boleyn» suggerisce una data anteriore alla fine del 1529, quando suo padre fu elevato alla contea di Wiltshire e lei stessa iniziò a usare il nuovo titolo nobiliare.
Il manoscritto dell’Ecclesiaste: un tesoro da Alnwick
La mostra Capturing a Queen ospita un altro oggetto di straordinaria bellezza, arrivato in prestito dalla collezione di Alnwick Castle: il manoscritto dell’Ecclesiaste appartenuto ad Anna nel 1535, l’anno prima della sua morte. Fino a ieri era esposto chiuso, per mostrare la magnifica legatura originale. Oggi — in occasione dell’anniversario — è stato aperto, rivelando le sue miniature dipinte a mano dal celebre artista fiammingo Gerard Horenbout, uno dei miniaturisti più raffinati dell’Europa del Cinquecento.

Che Anna possedesse un volume da lui illustrato non è un dettaglio secondario: dice quanto fosse colta, quanto fosse connessa alle reti artistiche e intellettuali del continente, quanto tenesse alla bellezza dei libri non solo come oggetti di devozione ma come opere d’arte.
Libri come autorappresentazione
Cosa ci insegnano questi volumi, al di là della storia che portano scritta? Ci insegnano che Anna Bolena era profondamente consapevole di come si costruisce un’immagine pubblica. I libri passavano di mano in mano, erano visti da molti occhi. Firmarli con rime, citazioni in francese, piccoli disegni era una scelta deliberata: mostrava cultura, eleganza, arguzia. Era una forma di self-fashioning ante litteram.
Allo stesso tempo, quelle pagine erano private — o almeno sentite come tali. Custodivano riflessioni sulla morte, sul tempo, sulla fede. In esse Anna non era la regina, non era l’amante del re, non era l’eretica di cui parlavano i suoi nemici. Era semplicemente una donna che cercava un senso nelle parole e nelle preghiere.
Se siete nel Kent o state pianificando una visita, Capturing a Queen a Hever Castle (Hever, Edenbridge, TN8 7NG) è una mostra da non perdere. A 490 anni di distanza, la voce di Anna risuona ancora chiara, attraverso l’inchiostro che non sbiadisce.
